Il Campo Innocente: COME STIAMO | Kit di pronta emergenza da portare con sé in caso di improvvisa ripartenza del sistema arte e spettacolo in era post-pandemica

Qui trovate un fondamentale intervento sulla riapertura dei teatri e sull’importanza di dire no. Proprio oggi, infatti, riparte il mondo dell’arte ma con grosse disparità materiali, tanto da portare tant* compagn* del settore a prendere parola (femminista e transfemminista) per dare visibilità e dignità a tuttu quellu che non potranno partecipare a questa “celebrazione”…

Ecco qui il testo di Il Campo Innocente, blog che

raccoglie l’azione di artist* e lavorator* dello spettacolo che pongono la questione della violenza, del sessismo e della precarietà nel mondo artistico.

(Qui la loro pagina FB)

COME STIAMO | Kit di pronta emergenza da portare con sé in caso di improvvisa ripartenza del sistema arte e spettacolo in era post-pandemica

 
Descrizione Immagine: al centro dell’immagine appare la parola NO scritta maiuscola in nero. Sullo sfondo diverse sfumature di azzurro, verde e lilla in tinte pastello.

Come stiamo? Bene, no.

Lunedì 15 giugno i teatri e i centri per l’arte dal vivo riaprono. A tutti i costi? A quale costo?  Ripartire, ma come? A dire la verità, non ci siamo mai veramente fermat_ nel produrre materiali artistici – a volte d’intrattenimento, a volte di approfondimento, a volte per puro piacere narcisista –, sempre in 2D. Ora che il carbone tornerà a bruciare nella locomotiva e tutto riprenderà come prima, posso immaginare che: alcun_ saranno sedut_ in prima classe, altr_ in seconda e altr_ ancora a inseguire il treno di corsa.

Se prima di 100 lavoravano in 10, ora saremo ancora meno: chi è da sol_ in scena? Chi ha formati “più snelli”? Chi è un nome? Di certo chi riuscirà ad adattare i lavori. E tutto il resto? Senza nuovi finanziamenti pubblici e senza misure di reddito, che cosa accadrà?

Allora bene, no: al lavoro a tutti i costi, al fare senza condizioni. Vorrei dire no se altr_ non hanno alcuna scelta, se tant_ non sono neanche interpellat_. Vorrei dire no ma non vorrei essere sol_. 

Il virus è corpo mescolato a corpi altri, umani e non umani – mi insegna che parlare in termini corporativi non serve a niente: il lavoro artistico non è un’eccezione, non è migliore di altri, non si merita di più. Preferirei non avere diritti e riconoscimenti che si fondano su criteri escludenti – non vogliamo albi professionali né categorie settoriali.

La pandemia ha scatenato la più visibile crisi della cura mai verificata e – d’improvviso – tutti i lavori di riproduzione sono diventati indispensabili: chi cura i corpi dell_ altr_, chi si prende cura del corpo dell’altr_, chi consegna il cibo, nelle case, in bici, nei supermercati, nei magazzini, chi insegna a scuola, chi si occupa di bambine e bambini, chi scrive, chi svolge il lavoro domestico, il lavoro invisibile, il lavoro sociale, il lavoro sessuale, il lavoro relazionale.

Il “mondo dell’arte” non è un altro mondo.

Non è un mondo a parte, stando “a parte” non capiremo nulla, non otterremo nulla. Tu che fai per vivere? Solo l’artista? Lavoro come interprete, creo progetti miei, conduco seminari e laboratori, faccio progetti nelle scuole e didattica diffusa, faccio traduzioni, scrivo, lavoro al bar, al ristorante, nei catering, faccio musica, grafica, l_ camerier_, babysitter, ricerca all’università, l_ tecnic_ luci. Faccio l’artista, anche. È tempo forse di riunire i mondi? È tempo di un’ecologia politica femminista dell’arte: l’economia di chi fa arte è un’economia composita. Invece di nasconderlo, potrebbe essere l’inizio per costruire alleanze tra ecosistemi.

Vorrei che i soldi delle residenze e delle produzioni, dei bandi e dei circuiti venissero investiti per permetterci di fare ricerca, perché questo tempo non lo conosciamo e se non lo attraversiamo e pratichiamo saremo sempre più lontan_ dal resto del mondo. Vorrei che questo tempo venisse usato per permettere a tutto il comparto tecnico di studiare e aggiornarsi sotto compenso. I ritmi della produzione artistica sono lunghi (possono voler essere lunghi), che il mercato rispetti questi tempi senza imporre i suoi. Visto che stiamo modificando i teatri, staccando sedie e compiendo costosissime disinfestazioni, perchè non usare questo tempo per mettere finalmente i teatri a norma secondo le regole di sicurezza e accessibilità per poi poter accogliere tutt_ lavorator_? 

Vorrei che la ripartenza venisse pensata non sulla prestazione dei corpi più prestanti ma su quella di chi, nel fisico o nel cuore, necessita di altri ritmi e altre cautele. Nella pandemia e nella postpandemia non siamo tutt_ espost_ e vulnerabili allo stesso modo e nella stessa misura, asimmetrie e diseguaglianze diventano anzi più forti: donne, persone trans, non binarie, non bianche, razzializzate, disabili, malate non sono espost_ allo stesso modo di altri soggetti. 

Vorrei anche che non si pensasse solo al pubblico atletico ma anche a quello che, ad oggi, non può uscire di casa e non potrà nemmeno dopo il 15 giugno. Per chi facciamo spettacolo? Vogliamo veramente che solo persone privilegiate possano fruire delle nostre opere? 

E a proposito di privilegi, non posso ignorare la mancanza di accesso, inclusione e relazione con lavoratori/trici dello spettacolo ner_ e razzializzat_ nel teatro, nella danza e nelle arti dal vivo in Italia. L’arte non è un campo innocente nemmeno in termini di razzismo e di privilegio bianco. Di questo continuerò a parlare.

Sempre, ma da ora in poi a maggior ragione, preferirei che non venisse data per scontata la mia disponibilità, il mio tempo, le mie economie, il mio posizionamento etico-politico, le mie condizioni di salute, senza preoccuparsi di chiedere prima. Preferirei non essere coinvolt_ in progetti con il sottile ricatto di un’emergenza (ti prego non so come fare, scusami è successo all’improvviso, se dici no mi lasci nella merda) senza lasciarmi spazio di libera scelta. Preferirei non compilare una domanda di partecipazione a un bando “compatibile con il contesto dettato dalle condizioni di emergenza Covid-19”, che tanto qualcosa ci inventiamo e quell’idea che avevamo magari un’altra volta. 

Preferirei quest’anno fare solo ricerca e prove. I teatri, i festival, gli spazi di ricerca, di produzione e di residenza, le istituzioni culturali di prossimità – formali e informali – potranno farsi carico di tutto questo? Potranno farsi carico di tutte e di ciascun_? Potranno farsi carico di tutta la filiera, di tutte le disuguaglianze, degli spettacoli interrotti, di quelli saltati, di quelli mai provati ma programmati, delle maternità non tutelate in post-pandemia, dei nostri affitti non pagati, dell’incertezza del futuro, dei corpi più fragili e più esposti, dei soggetti più vulnerabili e marginalizzati, delle compagnie più periferiche? 

Servono misure di reddito, serve aprire, spostare e allargare per tutt_ e per ciascun_ i confini di un welfare troppo stretto. Servono pratiche di mutualismo perché la precarietà, l’intermittenza e il ricatto saranno sempre più violenti ed escludenti nella crisi post-pandemica. Vogliamo arte e cultura pubbliche. Vogliamo il diritto al reddito per tutto il lavoro non pagato che stiamo già svolgendo, che abbiamo sempre fatto: non siamo in debito, non lo siamo mai stat_. 

E quindi ripartire a tutti i costi e fare finta che non sia successo niente? 

Bene, no. Preferirei di no

Punto di vista di B-Side Pride su Violenza di genere e dei generi

Partiamo dalle nostre esperienze di vita e dall’intersezione tra diverse traiettorie di oppressione per costruire un posizionamento critico rispetto al binarismo di genere obbligato e naturalizzato così come alla costruzione del genere. Dall’inizio alla fine della nostra vita veniamo socializzat@ come uomini e donne, riconducendo l’identità di genere al sesso assegnato alla nascita. Tale binarismo è dato per assunto in quanto prima cellula su cui si fondano le strutture della società eteropatriarcale: la coppia eterosessuale, la famiglia, e a seguire tutti i corpi sociali.

Il mantenimento del binarismo di genere, in regime di eterosessualità obbligatoria, è strettamente necessario alla riproduzione sociale e si trova alla base di ogni forma di violenza di genere e del genere. Questi due tipi di violenza condividono lo stesso campo discorsivo e sono strettamente legati alle modalità in cui la disparità di potere organizza la violenza strutturale. La violenza di genere si manifesta, dal momento che il genere maschile detiene il privilegio e lo esercita in forma di dominio e prevaricazione, sottomettendo – a partire dalle donne – ogni altra soggettività “subalterna”; mentre la violenza del genere si genera dalla normalizzazione e dalla naturalizzazione del comportamento eterosessuale e dell’identità di genere a partire dalle caratteristiche fisiche e riproduttive del corpo che si abita, per cui tutti i comportamenti che non riflettono la norma sociale, di conseguenza, si considerano “devianti” e sono esposti a varie forme di violenza sociale, da quella fisica all’isolamento. Dalla parzialità e pluralità del nostro vissuto ci è chiaro che la violenza è strutturale e si articola e si riproduce in tutti i luoghi che quotidianamente attraversiamo e nelle relazioni che intessiamo.
Il patriarcato è alla base della cultura capitalistica e colonialista ed è determinante poiché garantisce l’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento che rispondono alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica. Il sistema si alimenta e trae vantaggio economico dallo sfruttamento della donna e del suo lavoro riproduttivo e di cura non retribuito, del quale è resa unica responsabile e nella cui vita ha forti ripercussioni pratiche. Il capitalismo si avvantaggia, inoltre, di altre forme di subordinazione culturale basate sul genere, sulla classe e sui continui processi di razzializzazione al fine di mantenere lo status quo e l’ordine economico dedito al profitto di pochi. Il controllo della sessualità e della riproduzione diventano due strumenti determinanti nel sostentamento del sistema capitalistico, andando a ridefinire con nettezza i confini dei nostri corpi e le loro possibilità.

“Il buon padre di famiglia” e il “bravo e onesto cittadino” sono state le due figure maschili che si sono scambiate il ruolo di guida nella società fino ad adesso. La loro guida è stata silenziosa ma efficace: un personaggio caricaturale a cui assomigliare, a cui dare il volto dei protagonisti della cultura pop e dei modelli scolastici. Un uomo che non deve chiedere mai, e allo stesso tempo che ha bisogno di una donna da proteggere con cui completare la sua vita. Un uomo che non può piangere, e che deve dimostrare la sua forza ad ogni costo. Un uomo così è il prototipo su cui le nostre relazioni si sono infrante, i nostri diritti calpestati, le nostre soggettività non riconosciute, le nostre fragilità usate come debolezze. L’amante geloso, che ama così tanto da uccidere, non è tanto diverso dal capo di stato che per amore del suo paese deve combattere “con ogni mezzo necessario”, anche se questo significa guerra e il calpestio dei diritti umani.
In Italia siamo tristemente abituat@ a vivere episodi di violenza sulle donne e sulle persone queer: deteniamo inoltre il primato in Europa per omicidi di persone trans, in costante aumento rispetto agli anni precedenti. Le famiglie e gli affetti sono spesso i primi ad essere gli autori delle violenze, che durante la reclusione causata dalla pandemia di Covid abbiamo visto crescere esponenzialmente.
A partire dall’infanzia e adolescenza, in cui famiglia e scuola sono centrali per lo sviluppo della persona, ci si vede inquadrat* in un sistema di regole precise, che disciplinano i nostri corpi e le nostre vite in ogni particolare: assistiamo costantemente a episodi di bullismo omofo e a un sistema educativo che riproduce il binarismo di genere, mentre invisibilizza strutturalmente forme diverse di soggettività. L’abuso psicologico, lo stress e l’insicurezza rispetto alla realtà scolastica sono troppo spesso una realtà bruciante per le persone queer, che si vedono sprovviste di strumenti per reagire davanti a situazioni tutt’altro che adeguate al benessere psicofisico della persona. All’università ci si confronta ancora una volta con saperi eteronormativi e coloniali, che rimuovono sistematicamente donne e soggettività non conformi: dai corsi di medicina, in cui in corpi di donne, persone trans e intersex vengono letti solo in un’ottica patologizzante, a quelli di pedagogia, la cui struttura riflette fortemente l’impianto familistico indispensabile per la riproduzione sociale del sistema capitalistico. Ancora una volta le persone trans sono tra i soggetti più colpiti dalle asimmetrie che caratterizzano gli spazi universitari: basti pensare alla Carriera Alias, fornita solo in alcuni atenei nel panorama accademico italiano.
Nel nostro paese siamo ancora una volta abituat@ alla presenza fortemente ingerenze delle associazioni cattoliche e antiabortiste, soprattutto nei corsi di medicina: caso emblematico è quello del Campus Biomedico di Roma che presenta nel suo Statuto riferimenti all’aborto come “come crimini in base alla legge naturale”.
Il controllo dei corpi delle donne e delle soggettività non conformi si esprime anche attraverso la negazione del diritto alla salute. Questo è particolarmente evidente ancora una volta nel caso dell’aborto, che viene costantemente osteggiato attraverso la criminalizzazione della pratica abortiva, caratterizzata da un fortissimo stigma. L’obiezione di coscienza in alcune regioni raggiunge percentuali altissime, come il Molise dove le percentuali di ginecologi obiettori è del 96,4%, la Basilicata dove è dell’88%, la Sicilia con 83,2%, Bolzano con 85,2%: questi numeri si traducono nell’impossibilità fattuale di abortire, rendendo ancora più evidente la sottrazione continua alle donne dei propri diritti riproduttivi e non riproduttivi. In questo giocano senza dubbio un ruolo fondamentale il saldo monopolio della riproduzione nelle mani dello Stato-Nazione e l’ingerenza della Chiesa Cattolica negli ospedali e nei consultori, che collaborano per lo stesso obiettivo: il mantenimento di ogni cellula su cui si basa la società patriarcale, a partire proprio dalla famiglia e dalla procreazione al suo interno.
Questo quadro generale spiega bene anche lo scarso utilizzo della RU486, arrivata in Italia solo nel 2009 e a cui si ricorre solo nel 17,8% dei casi. La pillola, per quanto sia un metodo molto meno invasivo, viene generalmente scartata in favore dell’aborto chirurgico, con conseguente ospedalizzazione della persona e ulteriore patologizzazione della stessa. Una della battaglie più importanti di questi anni, portata avanti da Non Una di Meno insieme a collettivi come Obiezione Respinta e da reti come quella di ginecologh@, ostertich@ e professionist@ sanitarie di Pro-Choice, è stata proprio la rivendicazione per il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito, che nei tempi del COVID-19 si è rafforzata, concentrandosi sull’adozione sistematica della RU486 e sui servizi di telemedicina per la pratica abortiva, particolarmente impellenti nel momento che stiamo vivendo.
E se in questa fase ci siamo ripetut@ molto che non vogliamo tornare alla normalità perché era il problema, neanche in tema di relazioni esiste una normalità, monolitica e normativa, a cui vogliamo tornare: la società capitalista e patriarcale, infatti, prevede solo una forma di codificazione di queste ultime, ossia la coppia monogama eterosessuale basata sull’amore romantico, che viene rappresentata come unico modello possibile. Sappiamo bene che non esistono forme migliori di altre: l’unità di misura non è quante persone sono coinvolte, né la definizione che si danno o non si danno o la gerarchizzazione di quei rapporti, ma la comunicazione e la continua ricerca del consenso e del benessere di tutte le persone coinvolte. In questo, la pratica transfemminista gioca un ruolo fondamentale: come un prisma colpito dalla luce, il transfemminismo rompe le certezze delle relazioni su cui si basa la società patriarcale, restituendo per diffrazioni infinite combinazioni inedite, favolose e dissidenti.
Altro spazio di riproduzione dell’esistente determinante sono le istituzioni, di stampo reazionario e bigotto, spesso tristemente caratterizzate dall’utilizzo di politiche securitarie. Nella loro funzione normativa e repressiva sono coadiuvate dalla pervasività di un discorso politico, culturale e sociale che lascia che l’esistente si riproduca senza sconvolgimenti, mantenendo intatte le disuguaglianze e le ingiustizie: un ruolo determinante è giocato dalle realtà di estremismo cattolico, che continuano a diffondere con tutti i mezzi a diposizione retoriche reazionarie strutturate su un impianto familistico, eteropatriarcale e fortemente discriminatorio nei confronti delle soggettività non conformi, attraverso il perpetuamento della fantomatica ideologia gender
Recentissima è la dichiarazione del papa emerito Joseph Ratzinger, che attribuisce all’aborto e ai matrimoni omosessuali come colpevoli della crisi societaria contemporanea.
Tale retorica è stata il fil rouge XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) tenutosi a Verona nel marzo 2019 dove si è riunito il movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI nonché tre importanti ministri del governo italiano: le istituzioni neofondamentaliste e neoconservatrici risultano ancora una volta essere legate a doppio giro con le forze delle destre neofasciste.
Tuttavia nella città di Verona, una delle più salde roccaforti della destra nel nostro paese, si sono riversate migliaia di attivist*, guidate dalla forza propulsiva del movimento transfemminista di Non Una di Meno e di tantissime altre associazioni e collettivi.
I tribunali risultano come l’ennesimo spazio in cui si determina la riproduzione della società eteropatriarcale. La classificazione binaria maschio-femmina rende inattuabile per tutte le persone non-binarie la possibilità di optare, alle stesse condizioni date per le persone trans, per un genere anagrafico che contribuisca a lenire le sofferenze psichiche derivanti dall’asimmetria tra la percezione di sé quale essere sociale e la contrastante collocazione legale. Lo stato italiano non offre la possibilità alla persona non-binaria di autodeterminarsi, di conseguenza nessun documento rilasciato dallo Stato Italiano prevede l’esistenza delle persone non binarie – agender, genderqueer, fluid etc – obbligandole a dichiararsi sia ufficialmente che in contesti informali col sesso di nascita. Ad oggi il riconoscimento ufficiale, sociale e legale della persona trans in Italia avviene dopo un lungo processo di tappe fisse e prestabilite in cui la persona è obbligata a seguire un iter medico e psicologico imposto dall’alto.

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